Mentre a Roma Giorgia Meloni spazza via dal suo governo tutti gli impresentabili (Delmastro, Bartolozzi, Santanchè) che finora aveva coperto per non rompere gli equilibri interni al suo partito e nella coalizione di maggioranza, in Sicilia rischia di saltare la testa di Renato Schifani indicato come principale colpevole della disfatta referendaria di domenica e lunedì scorsi, con quel 61% di NO che grida vendetta.
La più arrabbiata è Marina Berlusconi che con la su famiglia è fondatrice, creditrice e padrona morale di Forza Italia. E proprio gli azzurri sono i più grandi sconfitti di questo referendum. Era loro la legge-bandiera di riforma della giustizia. Ed è saltata miseramente col voto degli italiani. Una debacle che ora trascina giù pure i propositi delle altre forze di governo perchè appare assai difficile che nei rimanenti 18 mesi di legislatura possano essere realizzate le leggi-simbolo volute da “Fratelli d’Italia” (riforma sul premierato) e dalla Lega (Autonomia differenziata delle regioni).
Per cui è già scattata la resa dei conti. Campo di manovra nel bene e nel male sembra la Sicilia, con il senatore vittoriese Salvo Sallemi (FdI) che potrebbe ottenere il ministero del turismo al posto della Santanchè.
In Forza Italia si contano i giorni per la destituzione di Tajani dal vertice del partito. Sono mesi che un siciliano, Giorgio Mulè, ex giornalista, componente del coordinamento nazionale, appoggiato da Maurizio Gasparri, fa la guerra a Renato Schifani, di cui sembrava destinato a prendere il posto alle prossime elezioni regionali che si terranno forse in contemporanea con quelle politiche. Ma si fa il suo nome anche per la leadership azzurra.
Nella Lega, qualcosa si sta muovendo anche contro Salvini, indebolito dalla “fuga” di Roberto Vannacci, contestato e sotto accusa di tradimento dei valori leghisti dopo la morte di Umberto Bossi.
A sinistra non si sta meglio. Il “campo largo” sbaglierebbe se pensasse che quella valanga di 14 milioni e mezzo di NO corrisponde ai suoi voti. Intanto perchè all’appello mancavano due partiti di questa ipotetica coalizione (“Azione” di Calenda, era per il SI e “Italia Viva” di Renzi era per la libertà di voto) e poi perchè Giuseppe Conte (M5S) ha subito messo le mani avanti e quando Elly Schlein (PD) ha detto che era pronta per le politiche, lui ha replicato quasi irritato dettando le condizioni: «prima concordiamo il programma di governo, poi andiamo a definire con le primarie aperte chi deve essere il candidato a premier».
Il vero significato politico di questo referendum costituzionale sembra però quasi dimenticato. Eppure è stato e rimane di enorme importanza. Perchè ha visto gli italiani tornare massicciamente a votare con una percentuale del 59%. Un voto caratterizzato soprattutto dall’affluenza dei giovani, senza tessere di partito, mobilitati solo dalla volontà di difendere la Costituzione.
Paradossalmente, dopo 80 anni dalla sua nascita, il dettato Costituzionale è stato difeso, salvato e tutelato dai nipoti e dai pronipoti di quei padri costituenti, così diversi tra loro ma protagonisti uniti nella guerra di liberazione dal nazifascismo, che lo avevano redatto guardando a un futuro di Libertà, di Democrazia e di pluralismo per uno sviluppo civile, economico e sociale dell’Italia.
Oggi, i giovani sembrano dire a tutti, politici compresi: la Costituzione non si tocca! Modificarla è possibile ma per motivi reali e comunque con progetti condivisi da tutto il parlamento e non a colpi di maggioranza semplice per meri interessi di casta e di potere.
Andiamo ai numeri del referendum con i dati del quadro nazionale. A livello globale (Italia + estero) il NO ha prevalso con circa il 53,74% dei voti, mentre il SI si è fermato al 46,26%, con un’affluenza complessiva attorno al 59% degli aventi diritto. Questo risultato conferma che gli italiani mostrano una diffusa cautela nei confronti delle modifiche costituzionali, preferendo la stabilità alle riforme percepite come rischiose o poco condivise. Era già successo nel 2016 col superamento del bicameralismo perfetto ovvero la riforma Renzi, e ancor prima, nel 2006 con la “devolution” di Berlusconi che modificava quasi tutto: la forma di governo, i poteri del presidente della repubblica, il bicameralismo, l’assetto della corte costituzionale, il federalismo fiscale.
Dal punto di vista geografico, le macroregioni italiane hanno registrato risultati eterogenei, che riflettono dinamiche socioeconomiche e culturali differenziate. Il Nord-Ovest ha visto nettamente prevalere il NO, mentre il Nord-Est (a maggioranza leghista) ha registrato una forbice opposta a quella nazionale con la netta vittoria del SI’ (Lombardia, Veneto e Friuli al 55% e il Trentino col NO di poco avanti). La vittoria”bulgara” del NO in Emilia-Romagna, in Toscana e con livelli più contenuti nelle regioni del Centro, conferma il precedente voto regionale al centro-sinistra e lo migliora. L’opposizione alla riforma è stata ovunque molto netta, attestandosi intorno al 54%. Al Sud e nelle Isole, comprese la Sicilia e la Sardegna, sorpresa delle sorprese, il NO ha ottenuto complessivamente il 60%, spinto dal 68% della Campania, che ha indicato così un rifiuto della riforma con molto più vigore, rispetto al Nord, tanto da indurre i commentatori politici a parlare di “Schiaffo morale” al governo Meloni e l’opposizione a chiedere le dimissioni del ministro alla giustizia, Nordio, e dell’intero esecutivo..
Focalizzando l’analisi sulla Sicilia, l’orientamento complessivo dell’isola ha seguito la tendenza nazionale, con il NO che ha raccolto il 61% dei consensi, contro il 39,0% del SI’. Le marcate differenze tra provincia e provincia nell’isola non hanno mai messo in discussione la vittoria del NO. Anche la provincia di Caltanissetta, ad esempio, ha confermato la prevalenza del NO, ma con una percentuale al di sotto della media regionale essendosi attestato sul 56%, registrando due soli punti deboli nei comuni di Niscemi, dove il SI’ ha vinto con il 50,9% e di Villalba dove ha avuto il 58% dei voti. Questi due comuni rappresentano però pure eccezioni nel panorama provinciale, suggerendo come certe motivazioni locali, come la presenza di esponenti politici o forti e specifici interessi economici e sociali, possano incidere significativamente sull’esito referendario. E Niscemi ne è stata particolarmente esposta, sconvolta com’è ancora dalla frana del 16 gennaio scorso, amministrata da una giunta di centro-destra e in attesa dei provvedimenti annunciati dal governo Meloni.
A Gela, il comune più popoloso della provincia di Caltanissetta, il NO ha prevalso con il 52%, e l’affluenza alle urne si è fermata al 35% risultando uguale, identica, al turno di ballottaggio delle elezioni comunali del 2024 ma con ben 20 punti in più rispetto al referendum abrogativo promosso nel 2025 dalla Cgil. Anche qui spicca l’alta e determinante partecipazione dei giovani a questo referendum.
I NUMERI DEL REFERENDUM
Affluenza nazionale: 58,90%
Affluenza regionale: 46,20%
Affluenza provinciale: 42,65%
Affluenza a Gela: 34,84%
Affluenza a Niscemi: 33,64%
Affluenza a Villalba: 49,50%
Voto nazionale: NO 53,70% SI 46,26%
Voto regionale: NO 61,00% SI 39,00%
Voto provinciale: NO 56,00% SI 44,00%
Voto a Gela: NO 52,02% SI 47,98%
Voto a Niscemi: NO 49,01% SI 50,90%
Voto a Villalba: NO 42,00% SI 58,00%







