La luna sognata da Keplero
«Il mio nome è Duracoto, la mia patria l’Islanda, che gli antichi chiamavano Thule. Mia madre era Fiolxhilde (…). Ella, finché visse, si assicurò con gran zelo che io non scrivessi. Infatti, diceva, sono numerosi e pericolosi i nemici delle scienze, che calunniano quanto non possono comprendere per il torpore della loro mente e promulgano leggi ingiuriose per il genere umano» (Johannes Kepler, Sogno, ovvero Astronomia lunare, testo latino a fronte, La Vita felice, Milano 2024, pp. 41 e 43).
La recente missione lunare Artemis II, iniziata il 1º di aprile e conclusasi felicemente nella notte di sabato 11 aprile con l’ammaraggio della capsula Orion nel Pacifico al largo di San Diego (California), fa tornare in mente lo strano testo fondativo dell’astronomia lunare moderna, quel Sogno di Johannes Kepler (1571-1630) che aveva già anticipato circa quattro secoli fa alcune delle “visioni” dalla Luna che le foto spettacolari inviate dall’equipaggio nei giorni scorsi hanno esibito in tutto il loro fascino straniante. Sotto la forma di un breve racconto proto-fantascientifico, infatti, Keplero illustra con straordinaria efficacia varie conseguenze percettive che coinvolgono il punto di osservazione lunare nel sistema copernicano. Inutile dire che Keplero aveva ben presenti due modelli tardoantichi: la Storia vera di Luciano e il De facie in orbe lunae di Plutarco (quest’ultimo addirittura da lui tradotto in latino).
Il Somnium, sive Astronomia lunaris si presenta al lettore sia come un arguto esercizio di fantasia letteraria sia soprattutto come un labirinto epistemologico di straordinaria densità, giacché in esso si fondono, in un’unione quasi alchemica, le più ardite speculazioni della nuova astronomia e le necessità strategiche dell’enunciazione di un uomo costretto a muoversi tra le ombre dell’Inquisizione. L’opera, la cui gestazione ha abbracciato quasi quarant’anni di vita dell’autore (dal 1593 al 1630), si configura come un testamento scientifico che utilizza lo schermo del sogno per veicolare verità che, se esposte in forma di trattato, avrebbero probabilmente condannato l’astronomo a un destino non dissimile da quello di Giordano Bruno.
La complessa struttura a scatole cinesi dell’enunciazione si può porre come segue: autore empirico (Keplero); io narrante (alter ego di Keplero) che scrive un prologo collocato nel 1608 e un epilogo che descrive il risveglio dal sogno; io onirico dell’io narrante che legge il libro di un certo Duracoto, allievo dell’astronomo Tycho Brahe, come lo stesso Keplero; narratore interno al sogno (Duracoto che parla in prima persona nel libro); enunciatore tecnico (il Dæmon) cui Duracoto cede la parola fino alla fine del sogno. C’è poi l’apparato esterno di note che riporta la responsabilità discorsiva al livello autoriale, e c’è infine l’ulteriore livello —editoriale — costituito dalla lettera dedicatoria premessa alla stampa postuma (1634), dove il curatore (Ludovico Keplero) racconta al Principe Filippo III (1581-1643), langravio d’Assia-Butzbach, la morte del padre Giovanni mentre il libro era in corso di stampa (sub praelo) e le difficoltà economiche nel completare l’opera di pubblicazione, con un effetto di cornice materiale brutalmente economica che fa da contrappeso a quella onirica.
Siffatta narrazione non è priva di risvolti autobiografici dolorosi, poiché la madre di Duracoto, Fiolxhilde, incarna quella pratica empirica e quella sapienza popolare che rimane invischiata nell’ignoranza delle cause ultime e nel rischio dell’accusa di stregoneria. È proprio questa figura materna, descritta con tratti che richiamano la reale Katharina Kepler, a evocare il Demone di Levania, entità che l’autore identifica esplicitamente con la Scienza Astronomica e il cui nome egli riconduce con falsa etimologia al greco daìein, “conoscere”, per somiglianza con daémon (cfr. note di Keplero nn. 34 e 51). Non v’è dunque da stupirsi che Keplero abbia intravisto in Fiolxhilde il presagio delle sventure familiari che lo avrebbero colpito, dacché la circolazione manoscritta del testo dopo la versione del 1609 alimentò le accuse di stregoneria contro sua madre, costringendolo a una difesa legale durata sei anni (1616-1621), che egli trasfigurò poi (1620-1630) nelle fitte chiose al breve racconto (ben 223) scritte per sfogare la propria rabbia contro l’arrogante ignoranza dei teologi reazionari.
Il passaggio dalla Terra (detta Volva) a Levania è descritto con una precisione fisica che anticipa di secoli la meccanica celeste, stabilendo che il viaggio può compiersi solo durante l’arco di quattro ore, tempo corrispondente alla durata massima di un’eclisse lunare centrale (cfr. nota 62), quando l’ombra terrestre funge da scala per l’ascesa verso lo spazio. Keplero ipotizza anche una selezione rigorosa dei viaggiatori, escludendo i sedentari, i corpulenti e i delicati, nonché i tedeschi, e favorendo invece le corporature asciutte degli spagnoli o di coloro che, abituati ai rigori delle navigazioni verso le Indie, possiedono la tempra necessaria per sopportare lo scossone iniziale del lancio e l’impossibilità di respirare. Per ovviare a siffatte torture fisiologiche, egli immagina l’uso di narcotici e oppiacei, nonché di spugne umide applicate alle narici. Una volta giunti su Levania, la fenomenologia del paesaggio si rivela in tutta la sua asprezza, con montagne che superano in altezza le vette terrestri e una superficie porosa, costellata di caverne profonde dove le creature lunari, di dimensioni mostruose e vita effimera, trovano rifugio dalle escursioni termiche estreme. La distinzione geografica tra Subvolvani e Privolvani serve a Keplero per decostruire l’antropocentrismo: i primi, abitatori dell’emisfero rivolto alla Terra, godono della visione perenne della Volva, che appare loro come una luna gigantesca, fissa nello zenit e quattro volte più grande di quanto la Luna appaia a noi, mentre i secondi, non vedendo mai la Volva, sono condannati a notti di quindici giorni terrestri che portano un gelo più intollerabile di quello incontrato dai primi esploratori nell’odierno Kansas (“Quivira” nel testo), quando, per un tempo uguale, non sono esposti al caldo più che africano di un sole libero di imperversare in un paesaggio senza nubi (il sogno si interrompe proprio sulle nubi cariche di pioggia rinfrescanti di cui godono invece i Subvolvani).
La biologia di Levania appare come un esercizio di deduzione scientifica spinta fino al meraviglioso. In un ambiente dominato da escursioni termiche estreme, la vita deve crescere in fretta, assumere forme gigantesche e dotarsi di strutture porose capaci di resistere, almeno provvisoriamente, alla violenza del calore. Gli esseri lunari hanno dunque pelli o involucri spugnosi che si seccano e si consumano sotto il sole, per poi rigenerarsi o sfaldarsi con il ritorno della notte. Predomina una natura “viperina” e ipogea: le creature sostano presso le grotte per assorbire il calore e poi si ritirano nelle profondità di un suolo immaginato come disseminato di caverne. Anche la riproduzione obbedisce a questo regime cosmico, poiché la nascita avviene di sera, quando masse simili a pigne, arse durante il giorno, si aprono liberando esseri già formati. L’intera biosfera di Levania mostra così che le leggi fisiche, per Keplero, valgono ben oltre la Terra e modellano ovunque le forme della vita.
La visione della Volva è carica di una valenza simbolica e ottica formidabile, dacché la sua rotazione quotidiana offre ai lunari un orologio celeste perfetto. Keplero descrive con dovizia di particolari le pareidolie terrestri: il busto di un uomo che rappresenta l’Africa, la fanciullina in abito lungo che incarna l’Europa mentre sembra richiamare un gatto — la Scandinavia — che le balza incontro, e la macchia a forma di campana che pende verso occidente, ovvero l’America meridionale. In questo teatro delle ombre, la Terra perde la sua immobilità metafisica per diventare un corpo celeste tra gli altri, ovvero un pianeta che ruota pur non spostandosi rispetto al punto di osservazione lunare.
L’importanza strategica dell’illusione ottica è sviscerata da Keplero per eleggere la ragione al di sopra dell’esperienza empirica, dacché gli abitanti di Levania cadono nel medesimo errore dei terrestri, credendo fermo il suolo che calpestano e mobile solo la volta celeste dietro la Volva. Egli argomenta che ciò che appare non è necessariamente ciò che è, e che i sensi, privi della guida dell’intelletto, sono testimoni fallaci che ci fanno percepire un universo tolemaico laddove regna l’ordine copernicano. Siffatta difesa della razionalità astratta si traduce anche in un’apologia degli strumenti scientifici, intesi come protesi necessarie per superare i limiti dell’occhio umano. Keplero cita varie volte nelle note il Nunzio Sidereo di Galileo e la propria discussione di quell’opera, ricordando tra l’altro come il telescopio abbia trasformato la Luna da sfera eterea in un mondo scarno e montuoso, e difende l’uso delle lenti contro chi le riteneva strumenti diabolicamente deformanti. Per Keplero la verità fisica richiede una mediazione intellettuale che sappia interpretare le anomalie nelle dimensioni apparenti dei pianeti, come Marte che ai lunari appare di dimensioni quasi doppie (cfr. nota 121).
La narrazione si conclude con il risveglio improvviso del primo io narrante, provocato dal fragore di una pioggia che dissolve il sogno. Keplero lascia il lettore con la consapevolezza che la Terra è un viandante nell’immensità del cosmo e che la nostra percezione di stabilità è soltanto l’ultima delle grandi illusioni sensoriali.







