La morte di Alex Zanardi, al secolo Alessandro Leone Zanardi, avvenuta lo scorso 1° maggio, ci ha privato di un campione già entrato nella leggenda dello sport, ma soprattutto di un uomo straordinario per umanità, simpatia, coraggio, determinazione. Sicuramente, come hanno detto in molti, un grande italiano. Nato a Bologna il 23 ottobre del ’66, da un idraulico e  una sartina, si può dire che il suo destino era già scritto nei nomi che i genitori Dino ed Anna avevano scelto per lui: Alessandro (ed egli fu davvero grande nello sport quanto il condottiero macedone), e Leone (forte, fiero, elegante, proprio come il re della savana).

Appassionato fin da ragazzino di macchine e motori, Alex fu un protagonista della Formula 1 (gareggiò per la Jordan, Minardi, Lotus e Williams, disputando 41 gran premi). Ma i maggiori successi li ottenne nel 1997 quando negli USA si  laureò campione CART di automobilismo, e poi nel 1998 divenne campione italiano della Superturismo. Ma il 15 settembre 2001, durante una gara del campionato CART in Germania, fu coinvolto in pista da un grave incidente, quando la sua vettura venne centrata da un’altra automobile in gara. 

L’ incidente gli costò l’ amputazione di entrambe le gambe, ma la sua straordinaria fibra gli consentì di sopravvivere a 16 operazioni chirurgiche e 7 arresti cardiaci. Incredibile fu il suo rimettersi in gioco e tornare ad essere un protagonista dello sport, ottenendo risultati strepitosi nel paraciclismo, disciplina che lo portò a vincere ben 4 medaglie d’oro e 2 d’argento nei Giochi paralimpici di Londra del 2012 e a Rio nel 2016. A questi bisogna poi aggiungere ben 12 campionati mondiali su strada, a dimostrazione di come Alex sia stato un campione irriducibile, indomabile, un campione dalle mille vite, che seppe sempre regalarsi una nuova opportunità anche grazie alla sua filosofia degli…ultimi 5 secondi, quelli che spesso decidono il risultato di una gara.

Un uomo di fede Zanardi, ottimista, con il sorriso di eterno ragazzo. Poi però, il 19 giugno del 2020 con la sua handbike, nei pressi di Pienza (Siena), ebbe un nuovo incidente durante una gara di beneficenza che lo vide perdere il controllo del mezzo e andarsi a scontrare rovinosamente contro un camion. Il violentissimo impatto lasciò temere per la sua vita, e molti pensarono che l’ora del campione fosse ormai arrivata, ma Zanardi  dopo tre delicate operazioni alla testa e un mese di coma farmacologico ancora una volta tornò alla vita, ed è sopravvissuto altri 6 anni, sino al malore e la morte improvvisa che lo ha consegnato per sempre al mito, come un eroe classico.

I funerali, celebrati il 5 maggio, nella Basilica di Santa Giustina a Padova, hanno radunato amici e numerosissimi tifosi che hanno voluto dare l’ultimo saluto al campione. Di lui si ricorderanno sempre la tempra del combattente, ma anche il cuore generoso e umile. Egli infatti non si esaltò mai nelle sue vittorie. Rimase sempre legato alla famiglia, alla moglie Daniela, a mamma Anna, al figlio. Aveva sempre detto che il mestiere più difficile e delicato è quello di padre, ruolo pure questo che seppe interpretare al meglio. In quanto agli arti perduti, dopo il grave incidente aveva dichiarato “non posso più camminare, ma posso sempre volare!”. Che allora l’ultimo volo, quello più alto che va oltre l’oltre possa esserti propizio Alex, e darti la felicità dell’eterno e dell’infinito.