Una vita da mediano. Quando si pensa a Leandro Teijo non può che risuonare nella mente il celebre successo di Ligabue. ‘’Una vita da mediano a recuperar palloni’’ e ‘’a lavorare sui polmoni’’, mettendo ordine con le sue geometrie nella zona più delicata del campo.
Nasce a Buenos Aires il 27 luglio 1991 e inizia la sua carriera in Argentina, tra le fila di Racing de Olavarrìa e CA Independiente. Approda dunque al Koper prima e al Liepaja poi. Nel mezzo, matura un’importante esperienza al Nueva Chicago e all’Alvarado, in Primera Nacional. Arriva così in Italia, dove veste le maglie del Martina, Siracusa, Casarano, Gelbison e Gela. Il suo curriculum certifica oltre 180 partite giocate in carriera. In Italia ha finora totalizzato 118 presenze, arricchite da 5 assist.
È sposato con Florencia Paolucci ed è padre del piccolo León. Trascorre il tempo libero in famiglia e ascoltando musica. La band argentina La Nueva Luna è la sua preferita; la traccia che predilige è Compañera. Sotto il profilo cinematografico La ricerca della felicità è il suo film del cuore; segue con passione anche la serie TV Breaking Bad.
– Come è nata l’idea di venire al Gela e come ti trovi in città?
«Il mio procuratore è stato contattato e abbiamo valutato insieme la possibilità di venire a Gela. Ho accettato perché conoscevo l’importanza della piazza e il valore della squadra, oltre alla bellezza della città. Con la mia famiglia ci troviamo molto bene».
– C’è una caratteristica in particolare in cui pensi di essere al top e una caratteristica che invece vuoi migliorare?
«Sono un giocatore che cura molto l’equilibrio della squadra, attento sia alla fase difensiva che a quella offensiva. Quando ho il pallone, cerco sempre di essere pulito ed efficace, soprattutto nella costruzione del gioco. Posso ancora migliorare negli inserimenti offensivi».
– Il prossimo anno ti vedi ancora in maglia Gela?
«Mi piacerebbe tanto ma purtroppo non dipende da me. Ci sono vari aspetti da valutare e devono sistemarsi alcune cose».
– Quando hai capito di voler diventare calciatore e chi era il tuo preferito da bambino?
«L’ho capito presto. Mio padre mi portava allo stadio quando avevo tre anni a vedere il River Plate, ed è lì che è nato il sogno. Il mio preferito era Mascherano».
– Considerando tutta la tua carriera, qual è la partita che porti nel cuore?
«Ci sono tante partite importanti nella mia carriera, ma una in particolare è quella in Copa Argentina contro il Racing, allora campione in carica. Militavo nell’Independiente de Nequén. In campo c’erano giocatori di alto livello, tra cui Diego Milito».
– Qual è la partita che in maglia Gela ti ha dato più emozioni?
«Ce ne sono state tante, ma in particolare le vittorie contro il Messina e l’Acireale, entrambe in casa».
– C’è stato un allenatore che per te è stato un riferimento particolarmente importante?
«Una figura fondamentale per la mia crescita è stata Vito Di Bari, allenatore del Casarano. Mi ha dato tantissimo sia dal punto di vista umano che calcistico. Ha gestito al meglio un gruppo importante, portandoci a vincere il campionato dopo 30 anni esprimendo anche un ottimo calcio. A livello personale mi ha aiutato tantissimo su vari aspetti».
– Un aneddoto che pensi sia stato cruciale per la tua crescita?
«Lasciare casa a 19 anni per inseguire il mio sogno è stata una tappa decisiva della mia crescita. Mi ha fatto capire di essere pronto e determinato a raggiungere i miei obiettivi».
– Sotto il profilo umano come ti descrivi?
«Mi considero un ragazzo umile e professionale. Do sempre il massimo, in campo e nella vita. A volte sono troppo esigente con me stesso, ma è uno stimolo continuo a migliorarmi».
– Al termine della carriera da calciatore, resterai in questo mondo o ti dedicherai ad altro?
«Mi piacerebbe restare nel mondo del calcio, anche se non ho ancora deciso se lo farò e in quale ruolo. Vorrei al contempo fare un’altra attività, in parallelo al pallone».







