Una rapina così perfetta da sembrare studiata a tavolino ha scosso il mercato dei preziosi nella zona di Gela. Vittima un commerciante originario di Grotte, in provincia di Agrigento, che si è visto sottrarre gioielli per un valore stimato di circa 100 mila euro. Il colpo, portato a termine apparentemente da due sole persone, ha lasciato subito perplessi gli investigatori per la precisione con cui è stato eseguito, che fa pensare a una preparazione studiata nei minimi particolari: il contatto con la vittima, il pestaggio violento e convincente, l’anonimato (tramite mascherine chirurgiche e scooter senza targa), nessuna impronta evidente e una fuga studiata nei minimi dettagli.
Fin dalle prime ore successive all’episodio, la Procura della Repubblica e il commissariato di polizia di Gela hanno sospettato però che dietro i due autori materiali ci fosse una struttura organizzata, probabilmente una banda esperta nel settore della criminalità predatoria. Il modus operandi non lasciava spazio a dubbi: un colpo improvvisato o occasionale era del tutto escluso.
Le indagini si sono immediatamente concentrate sulle immagini delle numerose telecamere di sicurezza presenti nella zona, sia pubbliche che private. Grazie a queste, gli investigatori hanno seguito ogni movimento dei due rapinatori, sia prima che dopo la rapina. I delinquenti, travisati con mascherine sanitarie, erano arrivati in sella a una Vespa Piaggio senza targa. Tuttavia, un dettaglio fondamentale è emerso esaminando i fotogrammi precedenti il colpo: la Vespa era stata vista circolare con la targa.
Attraverso quel numero, gli inquirenti sono risaliti a Luigi Di Noto, 40 anni, che avrebbe tentato di disfarsi del mezzo subito dopo la rapina, vendendolo a un conoscente per mille euro nel tentativo di cancellare ogni traccia. La rete di controlli ha poi portato a individuare il suo complice: il cugino Nunzio Di Noto, 36 anni, residente a Gela ma temporaneamente in permesso premio da Massa Carrara, dove stava scontando un periodo di affidamento in prova ai servizi sociali per precedenti condanne penali. Dopo il “colpo”, il 36enne si stava preparando a rientrare in Toscana nella sede a lui assegnata.
Sotto la guida del dirigente del commissariato di polizia, vice questore Emanuele Giunta, e del commissario capo Angelo Palermo, gli agenti hanno fermato i due cugini prima che potessero dileguarsi. Il procuratore capo Vella, insieme al sostituto Federico Cozzi, ha formulato i capi di accusa nei confronti dei due, deferendoli al gip del tribunale di Gela per rapina aggravata in concorso.
Nonostante l’arresto e malgrado capillari perquisizioni personali e domiciliari, nulla, nemmeno un minimo dettaglio del bottino è stato ancorarecuperato. Gli imputati, assistiti dai loro legali, non ammettono il loro coinvolgimento nel colpo ma indirettamente confessano di esserci stati nella zona della rapina al momento dei fatti. Gli investigatori, tuttavia, non si fermano e stanno indagando per scoprire come i Di Noto abbiano saputo della presenza del gioielliere in quel giorno e in quel quartiere. Il commerciante, infatti, operava esclusivamente tramite appuntamenti a domicilio con privati e non aveva contatti con negozi o intermediari.
Secondo una delle ipotesi degli inquirenti, l’incontro sarebbe stato organizzato tramite una falsa commissione telefonica. I rapinatori avrebbero quindi pianificato la trappola in anticipo, con la possibile complicità di una donna incaricata di contattare il commerciante e fissare l’appuntamento nella zona del quartiere “Mulino a Vento”. Al momento non ci sono conferme definitive sul ruolo della donna, ma la pista rimane aperta e sotto stretto monitoraggio.
Il gip del tribunale di Gela, pur non confermando il fermo di polizia giudiziaria per mancanza di elementi concreti sul pericolo di fuga, ha ritenuto che ci fossero sufficienti elementi di accusa per disporre il mantenimento provvisorio in carcere dei due cugini. Gli avvocati dei Di Noto hanno già annunciato ricorso al tribunale del riesame, sottolineando l’assenza di prove dirette sulla loro responsabilità. Gli investigatori, intanto, continuano a monitorare ogni possibile contatto e movimento dei Di Noto, cercando di ricostruire la rete di conoscenze e di complicità che potrebbe aver reso possibile una rapina tanto precisa quanto violenta.
La vicenda ha sollevato nuove preoccupazioni tra i venditori di preziosi e più in generale tra gli operatori del settore del commercio di Gela che si trovano a lavorare in un contesto di crescente rischio criminale con episodi di intimidazione, furti e rapine e con “spaccate” sempre più numerose in danno di negozi, bar e tabaccherie.







