Da Gela a Ceuta, via Sciascia
«Io di notte vi imbarco» aveva detto l’uomo: una specie di commesso viaggiatore per la parlantina, ma serio e onesto nel volto «e di notte vi sbarco: sulla spiaggia del Nugioirsi, vi sbarco; a due passi da Nuovaiorche… » (Leonardo Sciascia, “Il lungo viaggio”, in Il mare colore del vino, Einaudi 1973, ried. Adelphi ebook 2012).
Il racconto di Leonardo Sciascia Il lungo viaggio, pubblicato nel 1962 su “l’Unità” e poi confluito nella raccolta Il mare colore del vino (1973), si presta oggi a essere letto come una lente per osservare in un certo modo gli eventi migratori teatrali di Ceuta dell’estate 2026. Si tratta però di un accostamento che comporta il rischio di piegare la storia contemporanea dentro uno stampo letterario preesistente, forzando somiglianze dove forse c’è solo la ripetizione di dinamiche economiche piuttosto ordinarie. Tenendo questo rischio sullo sfondo, il testo di Sciascia resta un punto d’osservazione utile, perché mette a fuoco tre meccanismi che attraversano il tempo: l’illusione come motore della storia, lo sfruttamento come architettura dei rapporti umani, la circolarità della povertà come inesorabile morsa sociale. La spiaggia tra Gela e Licata, dove i contadini del 1962 attendono l’imbarco per un’America immaginata, e le barriere d’acciaio con i sensori biometrici di Ceuta appartengono alla stessa categoria, trattandosi in entrambi i casi di soglie del desiderio e della negazione, luoghi che promettono redenzione e restituiscono una riproposizione dello stesso dolore. Il viaggio pilotato del migrante, in questa lettura, lungi dal disegnare una traiettoria verso il progresso, descrive piuttosto una curva spezzata che riporta l’individuo al punto di partenza, spogliato anche dell’ultima speranza.
Il racconto sciasciano si apre su un’oscurità “cagliata”, una densità fisica che anticipa il peso del destino incombente. I protagonisti sono “zaurri”, uomini cotti dal sole, aggrumati nell’arida plaga del feudo, geograficamente (provengono dall’entroterra) ma soprattutto culturalmente lontani dal mare e da ogni spirito di conquista; la loro condizione è quella di una disperazione organizzata, una stasi rotta solo dalla comparsa di un intermediario capace di trasformare la miseria in merce esportabile. La mitologia del sogno americano funziona come un virus psicologico, alimentato dai racconti di parenti tornati in vacanza con la faccia piena e rosea, vestiti di abiti che chi resta può solo immaginare, automobili grandi come case, case calde e abbondanti. Il sacrificio economico che il testo documenta è quasi un suicidio identitario: viene liquidato tutto ciò che ha una funzione vitale, la casa “terragna”, il mulo, l’asino, il canterano, le coltri, nel gesto di distruggere le vestigia del passato per finanziare un miraggio; vengono alienate le provviste dell’annata, con la famiglia privata della sussistenza immediata, nel paradosso di morire di fame oggi per la promessa di un banchetto domani; i più furbi ricorrono agli usurai, convinti di poterli raggirare una volta nascosti in America, mentre in realtà stringono il nodo che li terrà legati alla propria terra. Le duecentocinquantamila lire, metà della somma pattuita con il trafficante, vengono portate cucite tra la pelle e la camicia, a mo’ di “scapolari”; il denaro, così, smette di essere strumento di scambio e diventa amuleto religioso, oggetto sacro in un mondo svuotato di Dio e dello Stato. Questa disperazione organizzata trova un’eco a Ceuta, dove il migrante ha ceduto al sogno di raggiungere l’Europa scavalcando una rete che separa l’Africa dall’Africa: le ricariche telefoniche, i trasferimenti di denaro e i debiti contratti con reti di trafficanti prendono il posto delle lire cucite nella camicia, mentre la natura del sacrificio resta sostanzialmente la stessa.
Al centro dell’ingranaggio della spoliazione c’è il signor Melfa, descritto con la parlantina di un commesso viaggiatore e un volto che appare serio e onesto, e proprio questa onestà di facciata è la chiave del suo successo. Melfa si presenta come impresario dell’avventura, un professionista del transito, e dietro la maschera nasconde un disprezzo profondo per il suo carico, conosce bene questi contadini e li disprezza per la loro fragilità e la loro fiducia infantile. L’inferno del viaggio è reso attraverso il disgusto sensoriale, l’odore di pesce, di nafta, di vomito, il “liquido caldo nero bitume” che avvolge i migranti, sostanza viscosa che impedisce ogni movimento reale mentre suggerisce l’illusione della velocità. Melfa gestisce questo spazio con una violenza psicologica sottile, usa la minaccia della guardia costiera come strumento di controllo interno più che come avvertimento esterno. Nella notte promessa da Melfa la geografia si dissolve e viene sostituita dalla sua parola: sbarcare di notte significa sbarcare nel nulla, senza punti di riferimento, condizione che rende l’inganno tecnicamente praticabile. I trafficanti anonimi e occulti di Ceuta sembrano muoversi secondo una filosofia analoga della notte, promettendo uno sbarco a due passi dal sogno europeo e sfruttando la medesima ignoranza dei luoghi e delle leggi che affliggeva i contadini siciliani.
Il momento culminante del racconto è lo sbarco, o meglio la sua simulazione. Dopo undici notti di navigazione, numero che nel delirio numerologico di Melfa dovrebbe garantire la precisione matematica del viaggio, i migranti vengono abbandonati nei pressi della spiaggia di Scoglitti, frazione costiera del comune di Vittoria. Convinti di trovarsi nel New Jersey, avviano un’interpretazione disperata dei segni della realtà che li circonda, cercando conferme alla propria illusione. Quando vedono un’automobile, uno di loro osserva che pare una Seicento, aggiungendo che laggiù le vecchie macchine le tengono per capriccio; frase, questa, che racchiude il paradosso di un’incapacità di accettare la realtà fenomenica perché contraddice la verità mitologica dell’America della ricchezza assoluta. Il cortocircuito si compie nella lettura dei cartelli stradali: da una parte l’orizzonte sperato, Trenton, New York, Philadelphia, Brooklyn; dall’altra l’orizzonte reale, la segnaletica che indica Santa Croce Camarina-Scoglitti ben lontana dall’autostrada immaginata. La verità arriva attraverso la lingua, quando l’automobilista che quasi li investe urla in un italiano fin troppo comprensibile «ubriaconi, cornuti ubriaconi, cornuti e figli di…». La patria che credevano di essersi lasciati alle spalle li aspetta pronta a insultarli con la propria lingua. Sciascia annota che non c’era fretta di portare agli altri la notizia che erano sbarcati in Sicilia: lo sbarco a Scoglitti funziona come una sentenza di morte civile e la Sicilia si rivela una prigione a cielo aperto, una patria mai davvero lasciata che riassorbe i propri figli dopo averli spogliati del loro capitale sacro.
A Ceuta, a fine luglio, si è riproposto un paradosso analogo. Il migrante che scavalca la recinzione e si ritrova in una zona neutra, o che viene respinto dopo aver toccato il suolo spagnolo dell’exclave nordafricana, vive lo stesso smarrimento dei contadini del 1962, convinto di essere in Europa mentre la realtà giuridica e fisica gli comunica che si trova ancora in un confine sospeso, in una sorta di Scoglitti globale dove i diritti restano in attesa e la geografia si presta a essere gestita da polizie costiere e droni. Nel giorno di Ferragosto, centinaia di migranti hanno tentato un nuovo attraversamento verso Ceuta partendo dalle alture attorno a Fnideq, sul lato marocchino della frontiera. Le forze marocchine questa volta li hanno intercettati e dispersi con cariche e lacrimogeni prima che raggiungessero il territorio spagnolo, in un dispositivo che ha coinvolto agenti antisommossa, elicotteri, droni e unità cinofile, mentre la Spagna teneva pronti migliaia di uomini che alla fine non sono dovuti intervenire su larga scala. La scena si ripete a distanza di poche settimane e conferma quanto il confine resti un luogo di tentativi ricorrenti più che un episodio isolato, uno spazio dove la promessa della notte di Melfa trova un equivalente contemporaneo negli appelli che circolano sui social a organizzare nuovi attraversamenti collettivi.
La metafora omerica del mare colore del vino, che dà il titolo al racconto eponimo della raccolta che comprende Il lungo viaggio e in cui essa ha un senso preciso (“il bambino ha colto qualcosa di vero: forse l’effetto, come di vino, che un mare come questo produce. Non ubriaca: si impadronisce dei pensieri, suscita antica saggezza”), condensa qui una teoria dell’inganno mediterraneo: un mare che produce l’effetto del vino, che confonde i sensi e induce a vedere l’America dove c’è solo una spiaggia pietrosa tra Gela e Licata. È questo daltonismo della speranza a permettere che il meccanismo dell’inganno si riproduca. Tra il 1962 e il 2026 la struttura del dramma sembra restare largamente immutata, pur nella cautela con cui vanno trattate le analogie tra epoche diverse. Il Mediterraneo continua a comportarsi come un mare ebbro di sogni e di sangue, palcoscenico dove si ripete un copione di sfruttamento e disillusione. L’intermediario del 1962 e i trafficanti di oggi condividono una stessa figura antropologica, quella di chi monetizza la disperazione altrui vendendo un’onestà di facciata che nasconde il disprezzo per la vita umana. Resta, come dato meno opinabile, che la ragione, pur restando lo strumento più affidabile a disposizione, continua a misurarsi con la forza della necessità e con la sofisticazione dell’inganno organizzato, senza che questo confronto si risolva mai in modo definitivo.
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