I vecchietti irriducibili della piazza di Gela

I vecchietti irriducibili della piazza di Gela

Coloro che hanno una certa età, a qualunque latitudine siano nati e cresciuti, in Lapponia o in Sicilia, portano in spalla uno zaino invisibile, lo zaino della memoria, i costumi e le consuetudini acquisite.

Si sono guadagnati sul campo l’attributo di testardi e bastian contrari. Far cambiare abitudini ad un uomo o donna, anziani, è più difficile che scalare la più alta montagna del pianeta.
Ciò acclarato, espettorare insulti e prese per i fondelli a danno degli anziani di Gela, colpevoli di non volere muoversi dalla piazza principale della città – Piazza Umberto I – per evitare il contagio del Coronavirus, e di preferire lo scopone seduti su una comoda panchina, è ingiusto. E forse anche sospetto.
Sospetto di che cosa?

Angelo Musco, genio del teatro dialettale siciliano negli anni Trenta, la chiamava aria del Continente, il piacere di darsi un atteggiamento moderno e snob, proprio della Penisola, ed era un addebito dal quale era preferibile non essere accusati.
Oggi sarebbero gli intellettuali che amano pensare, posando con la pipa in bocca, ad ereditare l’aria del Continente, rifiutandosi di capire i nostri vecchi. Quando si mettono in berlina gli anziani – i vecchi, chiamiamoli con il loro nome – è come venir meno all’appuntamento con la storia, è come disconoscere se stessi, la ragione per la quale si è come si è.

Non vuol dire, certamente, che la cocciutaggine vada premiata e che quelli di una certa età abbiano sempre ragione, ma semplicemente che vadano rispettati i tempi di accettazione di ogni cambiamento. In più, nel caso di Gela, a causa della motivazione per la quale è stato necessario dare lo sfratto ai giocatori di scopone dalla piazza, nella quale credevano di non stare facendo niente di male, bisogna avere maggiore indulgenza. Va spiegato anzitutto a chi ritiene di avere poco da perdere per via del poco che resta di vivere, che non starsene a casa fa correre pericoli letali.

Il Coronavirus, infatti, spedisce all’altro mondo proprio gli anziani, oltre coloro che hanno patologie pregresse. Quando c’è l’uno e l’altro, il viaggio verso l’aldilà, passando per i luoghi della terapia intensiva degli ospedali, si svolge più velocemente di qualunque altro mezzo di… trasporto.

Se le resistenze degli anziani di Gela ad abbandonare la piazza e le partite di scopone, nonostante la pandemia, si fossero registrate negli anni Cinquanta o Sessanta, quando Gela era meta di grandi firme della stampa nazionale, gli anziani di Gela sarebbero stati protagonisti indiscussi della cronaca nazionale, come capitò alla “femmina nuda” – la statua di Cerere che campeggiava in Piazza Umberto I tenendo desto l’eros fra i frequentatori più assidui dello spazio pubblico tanto da far guadagnare a Gela il primato europeo della prolificità.

Allora, anni Cinquanta e Sessanta, perfino il semaforo all’incrocio fra Corso Vittorio Emanuele e Via Giacomo Navarra Bresmes, trovò ospitalità nelle prime pagine, insieme a quella copia dell’Observer scoperta sotto il braccio di uno sconosciuto che capitato per caso all’ombra della “femmina nuda” sotto gli occhi del Grande Inviato.
I ricordi ci fanno perdere il filo, segno che anche chi scrive ha una certa età (ma non ha mai giocato a scopone, ahimè, in piazza). E dobbiamo riannodarlo il filo, per regalare un altro buon motivo ai vecchi innamorati della piazza di alzare il muro dello scontento.

Prima di raggiungere “una certa età”, i vecchi di Gela sono stati giovani ed hanno affollato, giorno dopo giorno, dal tramonto alle ventuno, più o meno, Piazza Umberto I, deputata agli incontri ed alla conversazione, sotto gli occhi della “femmina nuda”, ragione di scandalo per i solerti religiosi gelesi.

Una parentesi è d’obbligo, a questo punto: la statua di Cerere campeggiava al centro della piazza, in piena vista dunque, per i sacerdoti della Cattedrale, una situazione da rimuovere ad ogni costo. Trasferendo Cerere e riportando il busto di re Umberto, allora in disgrazia? Impossibile, la soluzione fu trovata sigillando il portone grande della Cattedrale alfine di evitare al sacerdote officiante, la vista di Cerere senza veli durante la messa e, soprattutto, nel momento più alto dell’ufficio religioso, quando l’ufficio liturgico pretende l’elevazione dell’Ostia e del calice per la Consacrazione.

Chi immaginerebbe oggi che quel portone sigillato abbia destato scandalo, a sua volta, e sia divenuto oggetto di controversia fra laici e cattolici? Eppure così andava a quel tempo.

La piazza di Gela era comunista in larga parte, ad affollarla erano i braccianti, i contadini, i mezzadri. Era, tra l’altro, anche il luogo di arruolamento dei “iurnatari”, i giornalieri, da parte dei campieri. Insomma, i vecchi di oggi, sopravvissuti alla rivoluzione industriale degli anni Sessanta, sono gli stessi che hanno presidiato quattro ore al giorno la piazza, facendo la felicità dei comizianti, anche quelli di mezza tacca, oratori di partitini, grazie al popolo sempre folto sotto il palco. Certo davano quasi tutti le spalle all’oratore, intenti com’erano tutti quanti a chiacchierare a grappolo, ma i comizianti ci passavano sopra, l’occhio vuole la sua parte, e in quella condizione favorevole la parte se la prendeva tutta.

La sfida fra gli amministratori odierni e i vecchi resilienti, è dura. Gli amministratori sono obbligati a far rispettare le regole della quarantena – “tutti a casa” – e per i resilienti di Piazza Umberto non c’è alternativa. Ma persuaderli è una impresa. Eppure si tratta di una questione di vita o di morte. E allora? Il sindaco ha tolto dalla piazza le panchine, pare che non ci fosse altro da fare per convincerli a starsene a casa, se non togliere le panchine impedendo di fatto lo scopone.

C’è un video, che circola sui social in questi giorni, mi è stato recapitato e l’ho visto e rivisto: una giovane giornalista locale usa le tante buone ragioni che per starsene a casa, rimproverando i più testardi. Ma i destinatari dei rimbrotti sorridono o alzano le spalle, come se volessero dire: da dove viene questa, che vuole toglierci la piazza per farci morire a casa nostra?
Speriamo che non debba essere il Coronavirus a dare una mano alle buone ragioni del sindaco e della zelante giornalista, quei vecchietti disincantati e smarriti si fanno voler bene, nonostante abbiano torto marcio.