Guttadauro, il sindaco che sfidò la collera della grande fabbrica

Guttadauro, il sindaco che sfidò la collera della grande fabbrica

 A coloro che non erano nati o nati che avevano ben altro cui pensare, ed agli altri che hanno una memoria adolescenziale o hanno dimenticato, corre l’obbligo di ricordare che a metà degli anni sessanta, il medico mutualista Nunzio Guttadauro, assurto alla carica di primo cittadino di Gela, stufatosi assai probabilmente di essere il suddiacono della grande fabbrica, ordinò ai megadirigenti dell’Anic Gela di smantellare lo stabilimento petrolchimico per riavere i terreni di proprietà comunale su cui erano stati costruiti alcuni impianti.

Il medico mutualista pare che non ci abbia pensato sopra due volte quando gli mostrarono la prova dell’usurpazione e firmò una ordinanza di ripristino dei luoghi, come la legge prescriveva in questi casi. Si verificò così, ex abrupto, come fosse un incidente di routine, la collisione in pieno rettilineo fra la municipalità e la grande fabbrica.

Altrove avrebbe creato grande trambusto e preoccupazione, a Gela e dintorni passò inosservata o indusse al sorriso di chi la sa lunga e non è disposto a credere che la terra sia piatta perché ad affermarlo è una persona degna di rispetto. I siciliani saranno pure gente semplice e credulona ma non fino al punto di non capire che certe cose muoiono prima di arrivare nella culla e si fanno per dovere di firma verso il popolo sovrano e se stessi. E fra i doveri di firma c’è quello di non farsi pestare i piedi da chiunque, ed a maggior ragione dal “forestiero”.

Nessuno credette perciò che all’ordine del sindaco la grande fabbrica si risolvesse ad obbedire. Ciò non significa che non se ne parlasse nei bar e nei circoli politici, ma tanto per parlare, solo per cercare di sbrogliare la matassa e scoprire chissà quale imbroglio ci fosse dietro. Pura dietrologia, che è a metà sentimento, carattere, attitudine geneticamente ereditata e accuratamente coltivata, e per l’altra metà discorso fermo e obbligato, processo logico che sorge come spontaneo feed back di ogni fatto di qualche rilevanza.

Più che sul contenuto si va al cuore della questione, il movente, essendo l’interesse sul fatto del tutto marginale e spesso fuorviante. Ora, se è una buona cosa questo ragionamento che trascura l’essenziale per dedicarsi alla matassa imbrogliata nel caso di ammazzatina, è invece di alcun senso nel caso in questione, in cui il contenuto è di indubbia rilevanza, usurpazione del bene pubblico. 

Non vorrei ingenerare equivoci, non mi sogno nemmeno di pontificare sulla illogica preminenza del movente, l’età ormai avanzata mi ha insegnato la rassegnazione di essere siciliano come gli altri, e perciò portato ad interrogarmi sul perché e sul percome piuttosto che ragionare sulla sostanza. La questione che disseppellisco dalla polvere del tempo è peraltro per sua stessa evidenza quella che meglio si presta a scartare tutto ciò che non sta dietro il fatto e cioè perché il medico mutualista Guttadauro usò il bazooka contro la fabbrica, infischiandosene del parapiglia che la cosa avrebbe potuto far succedere? 

La pensata più ragionevole induce a credere che sia addivenuto alla necessità di fare il sindaco; una seconda pensata, che convive serenamente con la prima, è che abbia semplicemente voluto far sapere di esserci, per il motivo che fino ad allora la grande fabbrica aveva fatto quello che aveva voluto senza pensare che si trovava “in casa d’altri”, servendosi di ciò che gli pareva e piaceva senza domandare permesso, cioè il favore. Non solo una mancanza di rispetto ma una furbizia: chi non domanda favori, vuol dire che non ne vuole fare. Una attitudine maligna, dunque. 

Apparve di alcuna importanza se essersi serviti da sé, ignorando l’autorità, fosse spia di una consuetudine all’illegalità o pura arroganza, prevalendo il sospetto che fossero piuttosto persuasi di sentirsi i magi portatori di oro incenso e mirra, investiti di missione salvifica, e pertanto esentati dai doveri imposti dalla legge e soprattutto dalle regole di galateo.

E a conferma del sospetto, che le cose stessero così lo dimostrava il fatto che l’ordinanza del sindaco era il primo ed unico caso di disconoscimento della missione salvifica, se si  fa eccezione di alcune baruffe chioggiotte, somiglianti alle liti fra comari, brevi e di alcun effetto pratico.

Al netto degli arzigogolamenti, le motivazioni che originarono l’ordinanza erano difficilmente confutabili: alcuni impianti della grande fabbrica insistevano realmente su appezzamenti di terra di proprietà del comune, era occupazione abusiva di demanio pubblico, non si scappa. Le mappe delle trazzere costituiscono prove inoppugnabili dell’usurpazione. Si era costruito senza autorizzazione né mercede. 

E’ legittimo pensare che fosse l’eccezionalità del movente a produrre l’anomalia. Ma a confutare il sospetto c’è il fatto incontrovertibile che la mappa dei beni immobili del comune c’era anche prima dell’inizio dei lavori; solo che era come se non ci fosse. La custodia dei documenti non contempla il dovere di disseppellimento “motu proprio” da parte dei funzionari responsabili, e perciò creare l’eccezione equivaleva come farsi affari degli altri, una cosa proibita, da infami o quasi. Chi voleva scoperchiare la pignata avrebbe dovuto identificare colui il quale resuscitò la mappa della mappa dei beni demaniali e perché, in quanto – come da queste parti si sa – il pesce puzza dalla testa. 

Un’occhiata alla scena, a questo punto, è proprio necessaria. La politica e la burocrazia cittadina avevano perso carisma e potere, e la comunità era divisa fra la fabbrica e la città, fisicamente e socialmente: da una parte le tute blu, gli operai, tecnici e dirigenti – alcune migliaia – e dall’altra la città. I primi residenti nelle palazzine del Villaggio residenziale lindo ed ordinato, e dall’altra i paesani che respiravano il cloro e i fumi delle benzine, le periferie abusive, l’assenza di strade, condotte fognarie, scuole, luce, acqua, poliziotti.

Affacciandosi dalla terrazza del Parco delle Rimembranze, ormai in disuso, la vista mandava il cuore in gola. Si asfaltavano boschi e dune di sabbia, sparivano coste e laghi. Il medico mutualista aveva dato una risposta “di pancia” ad una intollerabile condizione di subalternità e soggiacenza, alle frustrazioni quotidiane ed al senso di impotenza.

Insomma avrebbe fatto quel che c’era da fare. Era nelle sue corde. Nunzio Guttadauro fu “uomo di passione vigorosa, cauta intelligenza, irritabile nel giusto, pensatore trasognante, professionista competente ed uomo politico raffinato.”, si legge in un articolo pubblicato sul Corriere di Gela in occasione del settimo anniversario della sua scomparsa, nel 2009. 

Non mi azzardo ad affermare di averlo conosciuto bene, dagli incontri sporadici che ho avuto con lui, mi è rimasta la memoria di un uomo affatto banale, capace di guardarsi attorno, di affrontare problemi complessi, in più faceva sentire l’interlocutore partecipe dei suoi ragionamenti, dei dubbi, che nutriva e ed esponeva senza farsi scrupolo.

Ti prendeva sul serio, a prescindere dal merito. Comunista approdato nella Dc di Salvatore Aldisio, conservava l’imprinting del predicatore di parabole civili, di inventore di fiabe palingenetiche. Ora, lo so bene che tendiamo a non dare importanza alle cose sgradevoli, e che riavere indietro le trazzere comunali smantellando la petrolchimica non fu una trovata geniale, ma doveva forse far finta di niente? 

Lo rimproverarono di volere fermare il progresso. I detrattori sfilarono davanti ad una platea assente, il sindaco divenne oggetto di derisione sulle cronache nazionali, e la sua alzata d’ingegno la prova inconfutabile di una classe dirigente meridionale inaffidabile ed immatura, principale causa dei suoi stessi guai. Come si poteva chiedere di smantellare una fabbrica costata centinaia di miliardi a causa di un cavillo, una distrazione, una innocente omissione. Non è che se lo zio d’America, passando fra la folla osannante dei beneficiati, pesta il piede a qualcuno, la “vittima” se ne va dai carabinieri per denunciare il benefattore disattento. 

Il contenzioso si aggiustò, come volete che finisse l’ordinanza di smantellamento? Non ebbe seguitò, svanì, evaporò, entrò nel novero delle tante storie di cui si conosce l’origine ma non la fine.

Di essa non è rimasto nemmeno il suo odore sulfureo. Suppongo che l’incidente sia stato risolto con una sanatoria, ma si farebbe torto a ricordare il medico mutualista come l’autore di una sceneggiata. Pagò la sua incontinenza, alle amministrative successive, il suo partito, la Dc, non lo inserì nella lista dei candidati, nonostante fosse sindaco uscente e disponesse di una salda dotazione di consensi, al pari di ogni medico mutualista.

A quel tempo, vale la penna di ricordarlo, gli schieramenti politici si contendevano i medici mutualisti, bastava contarne il numero in lista per indovinare la potenziale percentuale di voti. 

Fu punito per disturbo della quiete pubblica, secondo me. A che pro alzare tutto quel polverone?  Andiamoci piano però: dopo averlo cacciato, la Dc gli affidò la conduzione del partito. Il bastone e la carota. 

Del sindaco-pensatore Guttadauro mi rimane la memoria vivida degli occhi vivaci incorniciati da una montatura di occhiali pesante e l’eloquio affabile. Potrei corredare la storia delle trazzere di pugnali, sospetti e retroscena. Ma sono passati così tanti anni e la vicenda è così avara di effetti collaterali, che la sento come qualcosa che non appartiene più alla città né alla grande fabbrica. 

Nel tempo in cui si svolse, questo lo voglio scrivere, si stravedeva per i giganti d’acciaio di contrada Maroglio. E a Gela si dormiva già meglio, perché era scomparsa la fila interminabile di carretti che dalle tre del mattino, uno dopo l’altro, attraversando la città, portavano i contadini nei poderi di campagna accompagnati dal clangore delle ruote sulle balate, dalle cantilene e dall’abbaiare dei cani a guinzaglio. Inoltre, vista dall’alto la grande fabbrica stregava chiunque di notte con le sue luci, pareva Manhattan giusto nel giardino di casa. Come poteva farcela il sindaco pensatore ad ottenere plauso e ascolto dalla sua gente?