Riceviamo e pubblichiamo questo contributo sul dissesto. Il testo riflette l’opinione personale dell’autore.
Il biologo Manuel Zafarana richiama le parole di Mario Tozzi e invita a evitare nuovo consumo di suolo: riforestazione sì, ma integrata. Servono mesi di dati per avere un quadro completo.
«Il dissesto non è soltanto una questione ingegneristica, ma un fenomeno ecosistemico complesso che coinvolge suolo, acqua, vegetazione e uso del territorio». Lo afferma il biologo Manuel Zafarana, richiamando le considerazioni del geologo e divulgatore Mario Tozzi, secondo cui non si può insistere a vivere in aree strutturalmente troppo pericolose.
Una frana ancora attiva indica che il versante non ha raggiunto un nuovo equilibrio. Gli interventi di consolidamento possono ridurre il rischio, rallentare i movimenti, migliorare le condizioni locali, ma difficilmente riescono ad annullare completamente una dinamica profonda quando il fenomeno è esteso e strutturale, come nel caso della frana di Niscemi. È in questo contesto che si inserisce il concetto, espresso anche da Tozzi, di “mantenere libera” un’area ad alto rischio: non come rinuncia identitaria, ma come scelta di pianificazione responsabile. Tenere libera una porzione di territorio fragile significa sottrarla a ulteriore carico e ridurre l’esposizione al rischio. È un principio cardine della moderna pianificazione territoriale: si riduce la vulnerabilità limitando l’edificazione, non moltiplicandola.
Da qui il nodo della “new town”. Il futuro urbanistico non può essere affidato alla semplice delocalizzazione di 1600 sfollati in un nuovo quartiere/paese costruito ex novo. No al consumo di nuovo suolo. Qualunque scelta deve evitare ulteriore impermeabilizzazione e dispersione insediativa. Il suolo è una risorsa non rinnovabile e rappresenta il primo presidio contro l’erosione e l’instabilità. Il paradosso emerge con forza nelle ipotesi circolate negli ultimi mesi. Tra le aree indicate per una possibile “Nuova Niscemi” vi è una pianura alluvionale che negli anni è stata oggetto di interventi di gestione delle acque meteoriche provenienti dalle colline, fino alla creazione della zona umida di Geloi Wetland. Si tratta di un’area che svolge una funzione essenziale: trattenere, laminare e rallentare il deflusso delle acque piovane, riducendo il rischio idraulico a valle. Spostare il rischio da una collina instabile alla Piana di Gela non è una soluzione: è solo un cambio di scenario con rischi simili. Un analogo paradosso riguarda le ipotesi di nuova edificazione nel Bosco di Santo Pietro, in territorio di Caltagirone: un’area di elevato pregio naturalistico, sottoposta a vincoli e tutele. Reintrodurre urbanizzazione in un contesto protetto non equivale a valorizzarlo, ma a snaturarne la funzione ecologica. Il rischio, in entrambi i casi, è rispondere a un’emergenza generandone un’altra: spostare persone da un’area instabile a un’area idraulicamente delicata o ambientalmente vincolata non è una soluzione strutturale, ma uno slittamento del problema nello spazio.
La prospettiva proposta è diversa: rigenerare, mettere in sicurezza, pianificare con coerenza rispetto ai limiti fisici del territorio. Riforestazione e rinaturalizzazione possono contribuire ad aumentare la resilienza dei versanti, ma non sono interventi risolutivi se non inseriti in un quadro integrato che comprenda opere geotecniche mirate, corretta regimazione delle acque e monitoraggio continuo. Le aree di alto pregio naturalistico possono diventare il fulcro di una nuova idea di coesione sociale e di Green City, capace di coniugare sicurezza, qualità della vita e identità territoriale.
In questa prospettiva si inserisce anche il tema degli interventi ambientali attorno all’area in dissesto. La domanda è ricorrente: basta piantare un bosco per risolvere il problema?
La stabilità dei versanti è effettivamente legata alla qualità ecologica del territorio. Apparati radicali profondi, copertura vegetale continua e corretta gestione delle acque meteoriche contribuiscono ad aumentare la resilienza del sistema. La riforestazione non è una soluzione, ma può rappresentare un tassello integrato nel medio-lungo periodo, assieme a interventi mirati, opere di drenaggio efficaci e un monitoraggio costante dei movimenti del terreno.
Servono mesi di osservazione per comprendere velocità, profondità e possibile evoluzione del dissesto. La richiesta di attendere dati completi non è un ostacolo al rientro nelle abitazioni, ma una garanzia di tutela. Un ritorno affrettato esporrebbe la comunità al rischio di una nuova emergenza.
Non si tratta di rassegnazione, ma di metodo. Integrare rinaturalizzazione, opere tecniche e scelte urbanistiche prudenti possono trasformare la crisi in un’occasione di riorganizzazione sostenibile. Ai cittadini va riconosciuta la comprensibile esigenza di tornare alla normalità, che deve essere stabile. Stabilità significa sicurezza, raggiungibile solo se ci saranno i dati, la trasparenza delle istituzioni e la loro collaborazione tra comunità scientifica e comitati cittadini.







