«Io credo che il mondo esiste indipendentemente dall’uomo; il mondo esisteva prima dell’uomo ed esisterà dopo, e l’uomo è solo un’occasione che il mondo ha per organizzare alcune informazioni su se stesso» (Italo Calvino, da un’intervista del 1967, in Sono nato in America… Interviste 1951-1985, Mondadori 2012, p. 134).
Quando Italo Calvino improvvisò quella che (per me) è la migliore definizioni dell’essere umano che il pensiero occidentale abbia mai concepito stava prefigurando senza saperlo il perimetro di un’antropologia dell’informazione che oggi trova una sua risonanza inquietante nel libro di William Egginton La biblioteca dei quanti (2013, tr. it. LUISS UP, 2025). La definizione calviniana spoglia l’uomo della sua centralità prometeica per ridurlo a un catalizzatore di dati, fungendo anche da varco d’accesso ideale per comprendere la rete di relazioni che Egginton tesse tra la letteratura di Jorge Luis Borges, la rivoluzione di Werner Heisenberg e l’architettura trascendentale di Immanuel Kant. Se Calvino vedeva l’uomo come uno strumento di auto-organizzazione cognitiva della realtà, Egginton ci invita a considerare come questa organizzazione sia una costruzione necessaria che si scontra con i limiti intrinseci della nostra capacità di conoscere, trasformando la realtà in una mappa allucinatoria tracciata per non smarrirci nel caos. Eppure, qui sorge la prima disgiunzione: l’idea di un mondo che esiste indipendentemente dall’uomo entra in conflitto apparente con la svolta copernicana di Kant. Per il filosofo di Königsberg, infatti, lo spazio e il tempo sono non proprietà del mondo in sé ma lenti attraverso cui costruiamo l’esperienza; una lezione che Heisenberg avrebbe tradotto in fisica affermando che la traiettoria di una particella esiste solo attraverso la nostra osservazione. Questa tensione tra realismo e costruzione si manifestò con forza nel 1927, anno in cui il mondo celebrò il trionfo della fisica classica con la trasvolata di Charles Lindbergh. Mentre il pilota americano solcava l’aria sopra l’Atlantico per trentatré ore, sorretto dalle certezze newtoniane della navigazione, a Copenhagen Niels Bohr e Werner Heisenberg conducevano una guerra di logoramento contro le basi stesse di quella stabilità. Heisenberg stava per dimostrare che, a livello atomico, gli elettroni sembrano non esistere affatto finché non vengono individuati, saltando da un’orbita all’altra senza occupare posizioni intermedie, come se Lindbergh fosse svanito sopra l’oceano per riapparire solo sopra la Francia.
Ma se la realtà è un’immagine mentale, l’organizzazione dell’informazione di cui parlava Calvino diventa un processo di astrazione paradossale, dove per conoscere bisogna necessariamente dimenticare. Questo è il tragico insegnamento che Egginton trae dalla figura del mnemonista Solomon Šereševskij e dall’Ireneo Funes delle Finzioni (1944) di Borges. Šereševskij, studiato per decenni da Aleksandr Lurija, possedeva una memoria senza limiti ma soffriva di una sinestesia invalidante: «Ecco “87”: io vedo una donna grassa e un uomo che si arriccia i baffi», si legge nella sezione “Parole e immagini” del secondo capitolo di Viaggio nella mente di un uomo che non dimenticava nulla di Lurija (1968, tr. it. Armando 1979). Intrappolato nel particolare, non riusciva a cogliere il senso generale; allo stesso modo, a Funes dava fastidio che il cane delle tre e quattordici, visto di profilo, avesse lo stesso nome del cane delle tre e un quarto, visto di fronte. Ne consegue che l’io è una finzione che ha bisogno di piccole sbavature che permettano di collegare istanti diversi. Senza questa capacità di sorvolare sul particolare, senza il filtro dell’oblio, non ci sarebbe conoscenza ma solo un eterno, inarticolato presente. L’anima stessa, come suggeriva Kant, è una sostanza nell’idea ma non nella realtà: è l’unità della coscienza che collega questo istante a un altro, uno sforzo di sintesi che ci impedisce di annegare nel fiume di Eraclito.
Questa riflessione ci conduce alla parentela elettiva tra Calvino e Borges, entrambi ossessionati dalla Biblioteca, ovvero l’universo come sistema combinatorio (parentela che Calvino illustra bene in numerosi passi del libro di interviste citato in apertura). Se per Calvino l’uomo è l’occasione del mondo, per il Borges di Egginton l’uomo è l’indivisa divinità che sogna il mondo per renderlo abitabile, pur sapendo che l’ordine che vi scorgiamo è un rigore da giocatori di scacchi, non da angeli. Questa incertezza, che sarebbe un errore scambiare per ignoranza, è piuttosto la condizione stessa della nostra partecipazione attiva alla realtà. In questa prospettiva, la sintesi finale tra Calvino ed Egginton ci riconsegna un’immagine dell’uomo che è specchio e architetto dell’infinito. Se siamo l’occasione che il mondo ha per conoscersi, questa conoscenza è un’ode al potenziale umano che si libera dai paraocchi di una perfezione immaginaria. Amiamo e conosciamo solo perché perdiamo e dimentichiamo, proprio come Borges scopriva nel paradosso di Zenone che la permanenza immobile è un’illusione della nostra mente: «questa dissoluzione sistematica, quest’illimitata caduta in precipizi sempre più minuscoli, non è in realtà ostile al problema: vuol dire immaginarselo bene», dice Borges nel saggio di Discussione dedicato al paradosso su Achille e la tartaruga, e aggiunge: «l’esistenza di un corpo fisico, la permanenza immobile, lo scorrere di una sera nella vita si allarmano di avventura a causa di [tale paradosso]» (riportati da Egginton nell’Introduzione, ma qui cito direttamente da Borges, Discussione tr. it. Adelphi 2002, p. 110 e p. 114). Accettare il limite significa riconoscere che la nostra coscienza è una vibrazione tra due istanti, una minima distanza che ci permette di dire “io” in un universo di dati altrimenti muti. Se l’organizzazione dell’informazione è limitata dalla nostra natura, è proprio quel limite a renderci liberi di costruire significati, trasformando il caos delle particelle in una biblioteca di storie. Siamo noi a creare la traiettoria dell’elettrone misurandolo, così come creiamo il senso della vita ricordandola.
L’interpretazione relazionale della realtà quantistica di Carlo Rovelli — proposta in Helgoland (2020) e assunta esplicitamente da Egginton — e il pensiero di Calvino convergono così nel superamento dell’antropocentrismo ingenuo, pur ridefinendo radicalmente il concetto di realtà e osservazione. Se Calvino postula un mondo che esiste indipendentemente dall’uomo, Rovelli chiarisce che un oggetto non possiede proprietà descrivibili in isolamento, ma solo in relazione a un altro oggetto, definendo la realtà come il modo in cui una parte della natura si manifesta a un’altra parte della natura. In questa cornice, l’essere umano è esattamente l’occasione fisica citata da Calvino (una tra innumerevoli altre), ovvero un sistema complesso di relazioni attraverso cui il mondo organizza informazioni su se stesso, agendo come punto di giunzione che collega momenti distinti nel tempo e nello spazio per dare origine alla coerenza. Rovelli nega infatti l’esistenza di un punto di vista esterno o divino — quello che Egginton chiama il “dio delle grandissime cose” — a favore di prospettive parziali e interne al mondo che si riflettono a vicenda. Tale visione combatte il pregiudizio metafisico di una realtà stabile e del tutto separata dall’interazione, richiamando la rivoluzione di Kant per cui non osserviamo mai la natura in sé, ma solo la natura esposta ai nostri metodi d’indagine. L’indipendenza del mondo di Calvino trova quindi un limite filosofico nel fatto che la struttura del reale è inseparabile dal processo informativo e relazionale, un rigore che, come ricordato da Borges, appartiene ai giocatori di scacchi e non agli angeli. Sicché, mentre Calvino salva l’autonomia della natura, la prospettiva relazionale spiega che tale autonomia non è fatta di oggetti solidi ma di un pullulare di relazioni in cui l’uomo rappresenta un momento di auto-organizzazione e consapevolezza di un immenso sistema di specchi.
Pensare, sosteneva Borges, significa astrarre, ovvero dimenticare le differenze per cogliere il senso generale. L’indeterminazione di Heisenberg è dunque l’equivalente fisico della necessità dell’oblio: per organizzare l’informazione in conoscenza, l’universo deve rinunciare alla saturazione dei particolari. Se potessimo vedere tutto simultaneamente, saremmo come Funes, prigionieri di una scheggia istantanea di spazio-tempo senza possibilità di movimento o significato. Come Zenone di Elea, che mordendo l’orecchio del tiranno o sputandogli la lingua dimostrava che la verità dell’azione trascende il paradosso logico della divisibilità, la scienza quantistica abita la contraddizione senza pretendere di risolverla. Abitare le antinomie kantiane significa accettare che la realtà è un sogno resistente costruito attraverso l’interazione dinamica tra soggetto e mondo. L’uomo, dunque, mantiene una sorta di eco del suo vecchio privilegio antropocentrico, perché la sua dignità risiede nel suo essere occasione cognitiva: il luogo in cui l’universo smette di essere pura probabilità per farsi storia, forma e significato. La scienza, nel suo procedere a tentoni, deve riconoscere l’assurdo come prova della nostra partecipazione attiva alla tessitura del reale. In questa Biblioteca dei Quanti, dove ogni scaffale è un sentiero che si biforca, noi siamo contemporaneamente i lettori e gli autori.







