convivialità contro omologazione
«Chi sono questi “destinati a essere morti”? Sono coloro che fino appunto a una dozzina o a una ventina d’anni fa (in Italia, e soprattutto nel Sud e tra le classi povere) sarebbero morti nella primissima infanzia, in quel periodo che si chiama di “mortalità infantile”. La scienza è intervenuta (ma a proposito della “medicina” leggiti almeno le prime pagine del La convivialità di Ivan Illich), e li ha salvati dalla morte fisica. Essi sono dunque dei sopravvissuti, e nella loro vita c’è qualcosa di artificiale, di “contro natura”. Lo so bene che dico delle cose terribili, e anche apparentemente un po’ reazionarie. Ma su questo punto ti ho raccomandato più volte caldamente di non meravigliarti, e tantomeno scandalizzarti (come faranno molti lettori delle nostre lezioni)» (Pier Paolo Pasolini, Gennariello, “Vivono ma dovrebbero essere morti”, in «Il Mondo», 22 maggio 1975, poi in Lettere Luterane, Einaudi 1976).
L’irruzione di Ivan Illich (1926-2002) con il suo La convivialità (1973) in quello che è forse il capitolo più disturbante di Gennariello di Pasolini merita ancora oggi, e forse soprattutto oggi, una certa attenzione. Vale la pena ricordare preliminarmente che Gennariello è il destinatario simbolico di un trattato educativo (incompiuto) uscito a puntate su «Il Mondo» dal 6 marzo al 5 giugno del 1975, che nelle intenzioni dell’autore doveva alludere o “all’ombra mostruosa di Rousseau” (dunque all’Emilio) o, meglio e ancor più provocatoriamente, “all’ombra sdegnosa di De Sade”, come viene detto al termine del capitolo “Progetto dell’opera” (3 aprile 1975). Pasolini immagina così di parlare a un adolescente del popolo, uno “scugnizzo” napoletano, per spiegargli come funziona davvero la società italiana a lui contemporanea. Attraverso questo dialogo immaginario egli affronta tutti i temi che gli sono più cari nell’ultimo periodo della sua vita: chi educa i giovani (le cose, i compagni, i genitori, la scuola, la televisione), il potere culturale del consumismo, la perdita di autenticità delle classi popolari e la “mutazione antropologica” prodotta dal capitalismo mediatico.
Nel passo citato in apertura Pasolini rimanda tra parentesi al libro di Illich con una frase volutamente urticante: invita Gennariello a leggerne “almeno le prime pagine” per comprendere il carattere ambiguo del progresso medico che ha ridotto la mortalità infantile. In quelle righe il nostro autore parla dei bambini che, in un’Italia ancora povera e meridionale, sarebbero morti pochi anni prima e che la medicina moderna ha salvato. Sono dunque “destinati a essere morti”, sopravvissuti a una selezione naturale che la tecnica ha sospeso. L’osservazione sembra crudele e Pasolini lo sa. Tuttavia il bersaglio esplicito è la forma di civiltà che ha trasformato la salvezza biologica in un processo industriale, governato da istituzioni gigantesche e impersonali. Qui entra in scena Illich, il cui libro del 1973 costituisce una delle più radicali diagnosi filosofiche della modernità tecnica. Pasolini avverte che dietro la retorica del progresso si nasconde una metamorfosi antropologica: la sopravvivenza biologica viene separata dalla qualità umana dell’esistenza e la società industriale produce individui salvati dalla morte ma incapaci di vivere autonomamente (e per questo inclusi tra gli “obbedienti”, in quanto distinti dai “disobbedienti” e dai “colti”, nel capitolo in questione).
La tesi centrale di Illich può essere riassunta così: ogni strumento tecnico attraversa una soglia oltre la quale diventa controproduttivo. Illich parla esplicitamente di “soglie” della civiltà industriale, punti critici oltre i quali l’istituzione creata per risolvere un problema comincia a produrne di nuovi. Il fenomeno riguarda la medicina, l’istruzione, i trasporti e l’assistenza sociale. L’industrializzazione dei servizi genera dipendenza e impotenza, perché la persona perde la capacità di agire senza l’intermediazione di specialisti e apparati burocratici. Mentre la modernità si presenta come una promessa di emancipazione, Illich osserva invece che essa tende a ridurre l’individuo a materia prima delle proprie istituzioni. Lo scrive senza mezzi termini proprio nelle prime pagine raccomandate da Pasolini: il monopolio del modo di produzione industriale “riduce gli uomini a materia prima lavorata dagli strumenti”. In questo passaggio si trova il cuore teorico della convivialità. Il problema della tecnica consiste non tanto nel fatto stesso della sua esistenza quanto piuttosto nella struttura sociale che la circonda. Lo strumento può ampliare la libertà umana oppure distruggerla; tutto dipende dalla scala a cui opera e dal grado di controllo che le persone mantengono su di esso.
Il capitolo iniziale del libro propone l’esempio della medicina, che Pasolini aveva già evocato con inquietudine. Illich distingue due soglie storiche: la prima coincide con l’inizio del Novecento, quando la medicina acquisisce una reale efficacia scientifica grazie all’igiene pubblica e alla batteriologia, mentre la seconda emerge dopo la metà del secolo, quando l’istituzione medica comincia a produrre effetti iatrogeni su larga scala: malattie causate dalle cure, dipendenza permanente dal sistema sanitario, trasformazione della vita quotidiana in un oggetto di gestione clinica. La salute diventa un prodotto economico e statistico. In questo quadro l’ospedale assume una funzione paradossale, giacché protegge la vita mentre produce una popolazione sempre più fragile e dipendente. Illich descrive con ironia amara un mondo in cui ogni neonato viene considerato paziente fino a prova contraria e la morte stessa diventa un evento amministrato dalla medicina.
Il discorso si allarga poi ad altre istituzioni. Nel campo dei trasporti Illich mostra un paradosso celebre: se si calcola il tempo totale necessario per mantenere un’automobile – lavoro per pagarla, manutenzione, assicurazioni, traffico – la velocità media dell’automobilista americano scende a pochi chilometri orari, più o meno quella di un pedone. Lo strumento progettato per accelerare la vita finisce per divorare il tempo che prometteva di liberare. La stessa logica governa l’istruzione. La scuola industriale produce diplomi, programmi, curricula; al tempo stesso distrugge la capacità spontanea di apprendere. L’individuo impara a identificare il sapere con la certificazione burocratica e diventa dipendente dall’istituzione che lo distribuisce. Illich aveva già sviluppato questa critica in Descolarizzare la società (1971), ma nella Convivialità la inserisce in un quadro più ampio: la società industriale genera bisogni artificiali per giustificare la propria espansione.
La risposta di Illich a questa spirale non consiste in un nostalgico ritorno al passato, come per certi versi accade in Pasolini. La parola chiave è appunto “convivialità”. Con questo termine egli indica un tipo di organizzazione sociale in cui gli strumenti restano controllabili dalle persone e non monopolizzati da specialisti. Uno strumento conviviale è semplice, accessibile, capace di ampliare l’energia personale senza sostituirla. La bicicletta diventa per Illich il simbolo di questa tecnologia a misura umana: efficiente, economica, non gerarchica. Al contrario, le tecnologie ad alta energia – l’automobile, la televisione, l’industria sanitaria – tendono a concentrare il potere e a ridurre l’autonomia individuale. La convivialità implica dunque un’etica della misura, un limite volontario alla crescita degli apparati. Illich parla di “austerità liberatrice”, riprendendo una tradizione aristotelico-tomista secondo cui la sobrietà costituisce il fondamento dell’amicizia e della vita comunitaria.
Letto oggi, a oltre mezzo secolo di distanza, il libro appare sorprendentemente profetico. La società ipertecnologica del XXI secolo ha amplificato le dinamiche che Illich osservava all’inizio degli anni Settanta. Medicina digitale, sorveglianza sanitaria e analisi genetica preventiva stanno trasformando la vita in un processo di monitoraggio continuo. La promessa di una salute ottimizzata genera un’ansia diffusa e una nuova dipendenza dalle piattaforme biotecnologiche. Anche l’istruzione digitale mostra una tensione simile: l’accesso illimitato all’informazione convive con una crescente difficoltà ad apprendere senza supporti tecnologici. Persino i trasporti intelligenti e le reti globali riproducono il paradosso della velocità individuato da Illich: il mondo accelera mentre diventa più congestionato, energivoro e fragile.
Il punto decisivo riguarda però la trasformazione antropologica. Illich temeva la nascita di un essere umano incapace di vivere fuori dalla megamacchina industriale. L’ipertecnologia contemporanea rafforza questa dipendenza attraverso dispositivi sempre più intimi: smartphone, piattaforme digitali, algoritmi predittivi, ecc. La promessa di libertà coincide con una crescente delega dell’esperienza a sistemi automatici. In questo contesto la categoria di “convivialità” riacquista forza critica, perché invita a distinguere tra tecnologie che ampliano l’azione delle persone e tecnologie che la sostituiscono con una simulazione automatica. La sua forza consiste nel porre una domanda che oggi suona ancora più urgente: quanta tecnologia può sopportare l’umanità senza perdere la propria autonomia? Illich non offre un programma politico dettagliato, ma propone un criterio critico: riconoscere le soglie oltre le quali lo strumento smette di servire l’uomo e comincia a dominarlo. E in un’epoca che identifica il progresso con l’espansione illimitata dei sistemi tecnici, questa domanda mantiene una radicalità quasi sovversiva.







