L’ora della verità sul contratto capestro con Caltaqua

L’ora della verità sul contratto capestro con Caltaqua

Ci voleva un radicale cambio, quasi una rivoluzione politica, per cominciare a scoprire, fino in fondo, le magagne di una gestione privatistica del servizio idrico in città, e perciò tendente a perseguire e realizzare il massimo profitto.


E' una questione che si trascina da diversi anni, sulla quale, in ossequio al vecchio adagio nostrano nenti sacciu e nenti vitti e se c'eru durmivu, la classe politica gelese ha potuto, talvolta costruire, talvolta consolidare, il proprio potere.

Anche con il ricorso allo scambio di favori (che, nel diritto romano, viene sintetizzato con la locuzione do ut des, e cioè ti do purché tu mi dia) concretizzatosi con la supina accettazione (ed irresponsabile condivisione) della tesi riguardante la potabilità della vitale ed indispensabile sostanza liquida immessa nella rete  idrica cittadina, sostenuta dalla Società italo/spagnola "Caltaqua" pur in presenza di parametri chimici e caratteri organolettici abbondante-mente difformi da quelli previsti dalla legge; ma con la contestuale assunzione, per chiamata diretta, di numerosi adepti, segnalati dai politici locali.

Beninteso, se quest'autentico baratto non avesse disastrose ripercussioni economiche e sanitarie sulla  nostra comunità, non ci sarebbe da scandalizzarsi, in quanto i beneficiari sono gelesi di nascita o d'adozione. E le loro retribuzioni, se spese in loco, creano una distribuzione di ricchezza, a vantaggio dell'intera comunità.

Il problema nasce dal numero sproporzionato degli addetti che gli utenti, con il pagamento del canone bimestrale, sono costretti a mantenere. Ma anche dalle continue interruzioni del servizio, provocate dalla fatiscenza della rete idrica cittadina, in particolare quella secondaria,che, dalla condotta principale,porta – o dovrebbe portare –  l'acqua nelle abitazioni, negli uffici e negli esercizi pubblici  cittadini.

Sulla questione della cattiva qualità dell'acqua, è già intervenuta,con sentenza n. 2182/2016, la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione, che ha respinto il ricorso - avverso la sentenza del Giudice di Pace, del settembre 2004 e confermata dalla Sezione Civile del Tribunale di Gela, nel luglio 2007 - proposto dall'Ente Acquedotti Siciliani, ex gestore del servizio idrico cittadino, condannandolo al risarcimento di ? 853,00, in favore dell'ex presidente della ConfCommercio di Gela, Rocco Pardo, già titolare del ristorante "Aurora", per i danni subiti, a causa dei disservizi patiti nel suo locale "nel periodo in cui il Comune di Gela aveva ordinato ai cittadini di astenersi dall'uso potabile dell'acqua", per le ragioni prima evidenziate.

Questo giornale, facendosi puntuale interprete dei disagi della comunità locale, ha dedicato al delicatissimo  problema, in  più occasioni, la dovuta attenzione, già a partire dal 2007, denunciando il crescente livello di esasperazione della popolazione, sfociato addirittura nella richiesta di "scioglimento di qualunque rapporto", intercorrente tra gli enti pubblici locali e Caltaqua; e, sempre nello stesso periodo, evidenziando l'anomala, contraddittoria ed antigiuridica condizione di "beffati ed assetati" dei cittadini gelesi, costretti a pagare come potabile l'acqua inquinata e/o con un tasso di salinità insopportabile e dannoso per la salute di uomini ed animali.

Ecco perché, pur prendendo doverosamente atto delle intenzioni del sindaco, avv. Lucio Greco, torniamo ad invocare l'intervento della 'Autorità Giudiziaria, la quale, unitamente alle forze di polizia (Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza e Marina Militare) rappresenta il più autorevole, se non l'unico, baluardo di legalità nella nostra sfortunata città.