l’Editoriale/Gela, i saggi gli ignoranti e gli imbecilli

l’Editoriale/Gela, i saggi gli ignoranti e gli imbecilli

«L’ignorante sa molto. L’intelligente sa poco. Il saggio non sa niente, ma l’imbecille sa sempre tutto».

E fin qui, d’accordo. L’aforisma è gratificante, soprattutto per chi lo propone. L’autore non si sente affatto un imbecille, lo dimostrerebbe il fatto che ha selezionato l’umanità come una torta multistrato.

L’insofferenza per la stupidità di cui siamo circondati, sia ben chiaro, ha una sua ragion d’essere: la stupidità si annida anche in menti eccelse, perché trova sempre una sua location, anche quando si aborrisce e depreca con spirito di verità e di abnegazione. Come riconoscerla e dove si annida? Un uomo di fine ingegno, Carlo Cipolla (“Allegro ma non troppo”), ha proposto in un raffinato pamphlet le leggi fondamentali sulla stupidità umana nel 1976. Sono quattro e ve li proponiamo:

“Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione. La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa. Una persona stupida è una persona che causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita.

Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, ed in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore. La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.”

Un sicuro indizio di stupidità ci viene offerto quando si causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita. 

Ma c’è chi non è convinto di questa “legge”, perché giustifica l’azione controproducente e dannosa con la necessità di rispondere comunque ad una malaparte, soddisfare uno spirito di rivalsa o di vendetta che facciano sentire bene a prescindere o non agiscono, omettono, si rifiutano di fare per soddisfare il proprio orgoglio. Illuminante una celebre proposizione, dedicata a quel marito che si disfa dei genitali per non far contenta la moglie. In definitiva, gli strumenti per riconoscere il cretino ci sono, ma sono poco o per niente usati; quando ciò avviene, capita che sia il cretino a usarli, magari perché non sa di esserlo.  Il punto è proprio questo: l’impossibilità di avere coscienza che si operi da imbecille. 

Come orientarsi, dunque? 

La tentazione di creare una mappa dell’umanità è antica ed ha grandi fautori. Leonardo Sciascia (Il giorno della civetta) ha messo la firma a quella che oggi gode di maggiore fama nel nostro Paese ed in specie in Sicilia, perché è stata divulgata con un linguaggio terragno che si serve di espressioni e termini dialettali.

Il padrino mafioso Mariano, che la sa lunga sull’umanità, esprimendo il suo rispetto per il protagonista del romanzo, il capitano Bellodi, così disegna l’umanità: «Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà.

Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini. E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi.

“E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre. Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo.»

Tagliata la torta in parti pressocché simili, non resta proprio niente fuori. Don Mariano non si è scordato di alcuno. Ci sono dentro tutte le sue conoscenze, quanto gli serve per destreggiarsi nel mondo e sapere con chi avere a che fare, chi rispettare e chi no. 

Può bastare a don Mariano, però. E gli altri come si devono regolare?

La questione, come nel caso dell’aforisma iniziale, diventa un rebus quando si devono selezionare gli ignoranti, gli intelligenti, i saggi e gli imbecilli. Chi vive a Gela non possiede i parametri, le unità di misure, le esperienze, le competenze di chi vive altrove.

La sua “mappa” dell’umanità è indiscutibilmente diversa da chi vive a Roma o non fa un lavoro stanziale ed è costretto a frequenti migrazioni. Sarebbe di qualche utilità cominciare guardandoci attorno, magari in casa nostra, nel condominio, nel quartiere in cui trascorriamo le nostre giornate. 

Il compito è più agevole se si abbandona il tetto di casa, inaccessibile ad un pensiero libero. Dove si trovano i saggi, gli ignoranti e gli imbecilli a Gela? La risposta non è “concepibile”, ma il quesito sì. Immaginate un tizio che un bel mattino, raggiunta la piazza del Municipio, appenda sulla parete esterna dell’edificio, come fece Martin Lutero, una sorta di “j’accuse”, preceduto da una giaculatoria contro tutti e tutto, seguita a sua volta dalla ripartizione dei concittadini secondo le categorie proposte dall’aforisma.

Una ripartizione dotata di nomi e cognomi di amministratori, dirigenti, faccendieri, secondo una scala di disvalori accurata. In testa, manco a dirlo, leggeremmo il sindaco pro-tempore, seguito da parlamentari, ex ed in carica. Con quale risultato? La camicia di forza ed il trasferimento in un ospedale psichiatrico dell’incauto cittadino arrabbiato, a prescindere dai contenuti del “pizzino” affisso alle mura esterne del Palazzo di Città, giusto per il clamore e la irritualità del gesto. 

Certamente, l'aforisma citato solleva diverse questioni interessanti sulla natura della conoscenza e della sapienza, nonché sulle diverse modalità con cui le persone affrontano il sapere e la sua condivisione. Occorre anzitutto definire cosa si intende per ignoranti, intelligenti, saggi e imbecilli. Questi termini possono essere interpretati in modi diversi da persone diverse, quindi chiarire le definizioni può essere un punto di partenza utile per una discussione significativa.

L'aforisma mette in evidenza le limitazioni dell'essere umano nell'acquisizione e nella comprensione della conoscenza. Nessuno è onnisciente, eppure ci sono persone che si comportano come se lo fossero. Questo suggerisce l'umiltà come una qualità importante nella ricerca della conoscenza. L'aforisma sembra suggerire che essere ignoranti o sapere poco sia preferibile rispetto a credere di sapere tutto. C'è bisogno di un equilibrio tra l'umiltà nel riconoscere le proprie limitazioni e l'impegno nell'apprendimento e nella crescita personale.

Essere consapevoli delle proprie conoscenze e dei propri limiti è fondamentale per la crescita personale e intellettuale. Il saggio riconosce la vastità del proprio ignoranza, l'imbecille, al contrario, presume di sapere tutto e non è consapevole delle proprie lacune, limitando così le opportunità di crescita. Esplorare queste tematiche può portare a una maggiore consapevolezza di sé e degli altri, nonché a una migliore comprensione del processo di apprendimento e crescita personale.

Atterriamo ora sul pianeta terra, nel luogo in cui viviamo la nostra quotidianità, e facciamo soprattutto tante domande a noi stessi. Una specie di riciclaggio nel nostro modo di essere, uno stress test da imporre alla nostra coscienza, così poco chiamata in causa, rimossa e tenuta fuori dalle “ripartizioni” degli aforismi, quelli di don Mariano e gli altri.

Non bisogna fare tabula rasa, altrimenti sono guai; occorre semplicemente disporsi all’ascolto. Di se stessi e degli altri, magari scoprendo che gli imbecilli forse tanto imbecilli non sono, e gli intelligenti tanto intelligenti non sono. 

Quel che serve a Gela non è uno scisma luterano, il ripudio della “casa comune”, la sede della rappresentanza locale, ma una nuova maniera di stare al mondo. Per esempio, se si reclama il diritto di disporre di servizi pubblici efficienti, non si può chiedere favori per ottenere quel che spetta o non spetta. 

Accanto alle magagne che indubbiamente favorisce, la democrazia ci offre delle opportunità: decidere le persone che possono aiutarci a vivere meglio, perché dispongono di attitudini e competenze adatte al compito di rappresentanza che affidiamo loro. Ecco, l’urna elettorale è il luogo in cui l’aforisma dovrebbe stare in cima ai nostri pensieri.